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1. Franco Fortini: "Che cos'è la poesia"
(Arte/Interviste)

Author : La Redazione

Franco Fortini: "Che cos'è la poesia"
Intervista tratta dall'archivio dell'Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche

Dopo aver isolato all'interno dell'universale linguaggio umano la "funzione poetica", cioè quel tipo di comunicazione che attira l'attenzione su se stessa, Franco Fortini distingue due accezioni del termine "poesia": il primo indica una particolare struttura formale del discorso, in cui prevalgono precise regole ritmiche, metriche ed acustiche; il secondo implica un giudizio di valore sul contenuto di un discorso dotato di bellezza, di capacità evocativa e di suggestione. Secondo Fortini per poesia si può intendere una composizione che determina un'attesa tecnica di un certo schema ritmico (allitterazioni, omofonie, rime) e che si può rintracciare anche in grandi prosatori come Flaubert. Contro la tendenza crociana a sopravalutare la poesia lirica come espressione del sentimento soggettivo, Fortini porta l'esempio del poeta americano Edgar Lee Masters e di Umberto Saba, che hanno scritto componimenti apparentemente prosaici che attingono liricità da elementi esterni al testo in quanto tale. Successivamente Fortini commenta la definizione di "lirica" come "poesia" dell'espressione e per distinguere la poesia lirica dalla poesia non-lirica ricorda un'epigrafe di Bertolt Brecht.


giovedì, 04 settembre 2008 |  2122 Hit(s) | (2 votes) | Read more...

2. 10 DOMANDE A GIOVANNI DI IACOVO
(Arte/Interviste)

Author : Luca Artioli

10 DOMANDE A
GIOVANNI DI IACOVO
a cura di Luca Artioli

Giovanni Di Iacovo (Pescara, 1975) è uno di quegli scrittori che, nonostante l’anagrafe, può vantare già un rullino di marcia davvero invidiabile. Dopo aver pubblicato numerosi racconti su varie antologie, è riuscito a trovare infatti la sua consacrazione in campo letterario con “Sushi Bar Sarajevo” (edizioni Palomar, 2006), un romanzo pirotecnico, ricco di creatività e di suggestioni futuristiche che ha saputo trovare consensi unanimi dalla critica e dai lettori (Premio De Lollis, 2006). Di Iacovo, unitamente alla passione per la scrittura, è anche il Direttore Artistico del “Festival delle Nuove Letterature di Pescara”, nonché Direttore della collana narrativa dell’editore “Textus”.

  1. Nel tuo romanzo fai apparire spesso i “Brainvision Flash Pop-up”, una sorta di spazio pubblicitario che hai inventato per descrivere con sarcasmo gli eccessi di un potenziale e futuristico consumismo. Se dovessi utilizzarne uno per pubblicizzare il tuo Sushi Bar Sarajevo, come lo scriveresti?




domenica, 10 giugno 2007 |  3733 Hit(s) | (3 votes) | Read more...

3. Yang Lian
(Arte/Interviste)

Author : La Redazione
Dalla Cina un poeta apolide
Uno dei maggiori poeti cinesi contemporanei, candidato al Nobel nel 2002, Yang Lian si è sempre distinto per le sue composizioni lunghe e personali, atipiche nella realtà della letteratura cinese. Ora viene finalmente pubblicata in Italia la sua raccolta di poesie: "Dove si ferma il mare".


mercoledì, 11 aprile 2007 |  3376 Hit(s) | (1 vote)

4. Poesia.. il viaggio di Ivano Fossati
(Arte/Interviste)

Author : La Redazione

Il cantautore genovese ci racconta il suo viaggio attraverso la musica e i   testi delle sue canzoni. Un viaggio cha ha il sapore della poesia, i colori delle persone incontrate e i profumi del mondo...

giovedì, 29 marzo 2007 |  3604 Hit(s) | (1 vote)

5. Intervista a Daniele Piccini
(Arte/Interviste)

Author : Luca Artioli

10 DOMANDE A

DANIELE PICCINI

A cura di Luca Artioli

1. Ciao Daniele. Hai soltanto 33 anni, sei laureato in Filologia Italiana e collabori con la Cattedra di Letteratura Italiana I all’Università Cattolica. Il tuo libro “La poesia italiana dal 1960 a oggi”, edita proprio quest’anno dalla Biblioteca Universale Rizzoli (pagg. 893, Euro 17,00), ti proietta tra i più giovani critici e curatori di antologie poetiche dell’ultimo secolo.

Da dove nasce questa passione per la poesia?

La poesia come forma quintessenziale, nuda, decisiva di letteratura ha cominciato ad interessarmi intorno ai diciannove anni, dopo che, come molti, mi ero dedicato soprattutto a letture narrative. Mi sembrava che la poesia celasse un’inesauribile segreto (partii dall’amore per un certo Leopardi, ad esempio quello delle Ricordanze), che fosse una forma talmente densa, sussurrante, complessa da non lasciarsi smontare e che riuscisse a parlare dell’intima natura delle vite e delle esperienze, bruciando i passaggi intermedi, le chiacchiere, le contingenze e attingendo a un potente significato universale. La poesia mi appariva come una forma di espressione capace di gettare ponti tra epoche ed esistenze lontane. Tra i miei primi amori poetici moderni, il Pavese di Lavorare stanca, Montale, poi Sereni, Luzi, Bertolucci, Caproni: ma allora ero già all’università. Dove, per il mio curriculum di studi fondato sulla letteratura italiana antica, presi a poco a poco familiarità con la grana retorica, metrica, tecnica della poesia, insomma con il suo aspetto artigianale. Lì ebbi l’impressione che questi due versanti della mia (se posso usare questa parola) vocazione alla vita della poesia potessero nutrirsi reciprocamente, correggersi anche, privarsi l’un altro di asprezze e rigidezze: da una parte una adesione al soffio esistenziale, universalizzante, a tratti lirico della poesia, soprattutto moderna, letta e sentita come fatto vitale e a tratti necessitato; dall’altra la considerazione del lavoro formale, tecnico dello scrivere (e del giudicare) versi e lo studio della storia della poesia, del suo divenire nel tempo, delle sue diverse possibilità espressive dalle origini al contemporaneo. La mia tesi di Dottorato, ad esempio, sfociata poi in un libro, è consistita nell’edizione critica delle rime di un minore del Trecento tuttavia molto interessante, Sennuccio del Bene, amico del Petrarca eppure vicino in qualche modo a Dante (a cui si attribuisce in un codice un sonetto scherzoso, il cui incipit suona Sennuccio, la tua poca personuzza). Studiando la poesia contemporanea, ho fatto agire la lezione degli studi sull’antico, che credo possano aiutare a porre in prospettiva, in una chiave storica ciò che invece, poiché presente, ci appare come magmatico, difficile da discernere e giudicare. Poi c’è l’aspetto, ancora diverso, della mia personale esperienza espressiva. Un critico può comprendere tante linee di ricerca, deve capire (in ciò la sua autorevolezza e apertura) cose non solo lontane dalla linea maestra della sua formazione, ma diverse e disparate tra loro; il poeta non può che seguire un unico destino, essere uno. Il critico capisce cose che il poeta -eventualmente sia presente in lui- non potrebbe, dal punto di vista creativo, sperimentare.

2. Molto spesso ci imbattiamo in antologie letterarie capaci soltanto di esibire schidionate enciclopediche di nomi, date e giudizi pomposi. Il tuo volume si presenta, invece, come un’opera composita e fresca, dove il suo curatore da dimostrazione di saper padroneggiare con familiarità una materia vasta e assai soggettiva.

Quanto lavoro sta dietro alla stesura di un’antologia?

Il lavoro della antologia che ho curato per BUR Rizzoli viene da lontano, nel senso che mi ha occupato, tra ideazione, lettura, ricerca, stesura e correzione, per qualche anno (almeno cinque), naturalmente spesi anche a fare altro (come detto, mi occupo ‘per mestiere’ di letteratura di altra epoca). Muovevo da una sfida che mi sembrava esser posta dalla situazione presente della poesia italiana e da alcune sue contraddizioni. Il primo dato che mi saltava all’occhio era la grande confusione e l’incapacità di stabilire dei valori, delle gerarchie almeno indicative (almeno tendenziali) e il luogo comune critico, nato dopo il ’68 e avallato da una antologia del 1975 che si intitola Il pubblico della poesia (a cura di Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli), che dopo la generazione sessantottesca non si potesse più fare storia; che le linee, le esperienze, gli esperimenti fossero troppi, al punto quasi da elidersi l’un con l’altro. Ne derivava un’idea di antologia come campionario che, magari utile, non mi convinceva però in un periodo come il nostro che già vedeva la lettura poetica ridotta al lumicino; che mostrava la coscienza di una tradizione poetica sbriciolarsi e il pubblico della poesia, come quell’antologia suggeriva, coincidere con quello dei poeti e dei critici. Mi sembrava che occorresse tentare (e ripeto: tentare) di indicare degli autori centrali, intorno ai quali (tenendo conto anche delle diverse poetiche) illuminare zone circostanti per scrivere una storia (non una cronaca o un campionario). Credevo – e credo – che questo tentativo critico, che significava costringersi a delle scelte, spesso dolorose, antipatiche e scomode, fosse il massimo che potessi fare, dopo una decina d’anni di recensioni, studi e letture a vasto raggio, per l’intelligenza complessiva della poesia italiana recente. Mettermi con le spalle al muro, costringendomi a individuare delle personalità il cui attraversamento fosse prioritario (e da cui il lettore potesse partire per altre più esaustive investigazioni) mi è parso un modo utile e onesto per far ‘quagliare’ e consistere in forma di interpretazione storica e storiografica un lavoro di lettura e critica quotidiana, schiacciata inevitabilmente sul presente, che avevo fin lì svolto. Così facendo ho certo sacrificato qualche autore o qualche testo di valore, ma credo di aver rilanciato un dibattito critico serio, serrato e anche equilibrato quanto a quantità di poeti classicizzabili (parola che suona male, ma che va spesa), perché nel momento in cui si legge pochissima poesia e moltissima se ne scrive, spesso anche con ingenuità, compilare dei repertori dove tutti sono presenti più o meno a pari dignità mi sembrava – mi sembra – un gesto di resa che a lungo andare può contribuire a mettere in questione in modo definitivo la permanenza della poesia e la sua riconoscibilità. Per banalizzare: tutti poeti, nessun poeta. Nella mia antologia ho dato commenti ai testi, larghe introduzioni, notizie e bibliografia per ciascuno dei 19 autori inclusi, come fossero dei piccoli classici. Un lettore curioso ma inesperto trova una bussola affidabile, ragionevole, e poi, naturalmente, tante tracce per intraprendere a suo modo e piacere il viaggio per un più vasto pelago.

3. Perché hai scelto proprio questo periodo storico (dal 1960 ad oggi)?

Con un’antologia come quella di Mengaldo del 1978, Poeti italiani del Novecento, integrata da qualche altro lavoro di scavo, si aveva un quadro sostanzialmente condiviso e condivisibile delle principali personalità poetiche del secolo, fino – pressappoco – alla generazione dei nati negli anni Trenta (illuminata però, prendiamo il caso di Raboni, solo in una fase iniziale). Si trattava di tentare una cernita e scelta per un periodo, quello appunto finale del secolo, che non aveva ancora trovato un tentativo altrettanto autorevole e serio di storicizzazione. Lì, a fronte di un numero di presenze accettabile per i decenni precedenti, i nomi si moltiplicavano in modo esponenziale, mettendo a rischio la stessa possibilità di continuare a pensare una storia della poesia. Era un periodo affollatissimo e insieme vergine dal punto di vista dello studio, della storiografia (l’antologia mondadoriana del 1996 che avevo davanti mi appariva largamente insufficiente): l’ideale banco di prova per un critico che volesse tentare un bilancio non autoritario, ma certo chiarificatore e selettivo.

4. Collabori per la rivista “Poesia” e presti un occhio di riguardo anche ai giovani esordienti. Secondo te, in quale direzione sta andando la poesia di questo inizio millennio? Ritieni che ci sia un lento recupero di significati, di valori, di ideali o pensi che la massificazione della cultura porti inevitabilmente anche all’appiattimento della qualità e dei contenuti poetici (con autori che divengono epigoni di se stessi)?

La domanda meriterebbe da sola di essere sviluppata in forma di libro, di ricognizione, dovrebbe insomma innescare un nuovo lavoro. L’impressione che ricavo dall’immersione nelle esperienze poetiche sviluppatesi dagli anni Cinquanta in poi (quelle che analizzo nell’antologia, anche se la data di pubblicazione presa a punto di partenza vero e proprio è il 1960: anno di incubazione della neoavanguardia, anno intorno a cui comincia anche la fioritura della nuova poesia dialettale, mentre si danno o sono imminenti alcuni libri importanti di autori già attivi, magari in forme minori, negli anni immediatamente precedenti: Erba, Giudici, Raboni) è che il secondo Novecento sia stato un periodo vitalissimo e insieme drammatico per la poesia. Stretti tra un italiano sempre più mass-mediatico e omologato (si pensi alle analisi di Pasolini) e una tradizione letteraria via via più inservibile, i poeti attivi in questo scorcio di secolo hanno dovuto ciascuno ‘fabbricarsi’ una lingua, trovare una propria voce, personalità espressiva, modularità stilistica. Ciascun poeta è, a questa altezza, un mondo, e può ricostruirsi e ‘inventarsi’ una sua tradizione ritagliandola da un orizzonte storico ricchissimo ma non più proseguibile in linea retta: ogni scoperta, risorsa formale, retorica deve essere giustificata dai nuovi poeti, essendo la continuazione delle forme tradizionali resa impossibile (a rischio di fare un lavoro da finto-antico, anacronistico) dalle circostanze storiche e culturali e, anche, dal lavoro dirompente della neoavanguardia, che certamente ha avuto una sua funzione. Tutto va reinventato, pagato, riscattato da una potente e personale rielaborazione: si pensi, per fare solo un esempio, a che cosa diventa il sonetto, onusto di storia, nelle mani dell’ultimo Raboni, il quale lo sloga, lo sforza, lo distorce e riesce a farlo ‘funzionare’ nuovamente, come una forma ancora dotata di possibilità conoscitive. Oggi le nuove generazioni hanno davanti uno scenario ancora più duro: la dissoluzione di una identità culturale, il livellamento verso il basso, verso l’intrattenimento di ogni forma espressiva (con a dominare il solo Mercato) ha fatto sì che la poesia fosse marginalizzata. Eppure, credo, da questo suo non sterile esilio la poesia può trovare forza e concentrazione perché non obbediente e piegata alle leggi eteronome (audience, successo, facilità) cui soggiacciono molte altre forme (dalle arti figurative alla narrativa). Ho l’impressione che i nuovi poeti sentano di dover compiere un’opera di ricostituzione, di ritessitura, tenendo insieme frontalità espressiva e narrazione, rigore formale e libertà espressiva, lingua d’uso e arcaica potenza del linguaggio: mi pare una situazione difficile, di sfida, quindi anche potenzialmente stimolante, a costo di molta fatica e forse di qualche abnegazione.

5. A tuo giudizio, anche il “lettore di poesia” è in qualche modo cambiato nel tempo?

Il lettore di poesia è insidiato, si è rarefatto perché tutto congiura a una consumazione facile e passiva della parola e dell’espressività. La poesia non ‘avviene’, non si realizza se non incontrando un lettore disposto a farsi attraversare da essa, a muoversi con essa. Richiede un lettore attivo, partecipe, una sorta di laborioso interprete-ricettore: per questo la poesia è oggi minoritaria e per questo è tanto più arricchente e vitalizzante. Al punto da valere, a mio parere, da antidoto contro molta omologazione.

6. Sto per farti una domanda che recentemente ho rivolto ad uno scrittore. Avendo l’occasione di girarla anche a chi sta dall’altra parte della “barricata” come te, ne approfitto subito: non trovi che, oggi, la critica serva più a far vendere un libro, piuttosto che aiutarne l’autore a migliorarsi attraverso giudizi costruttivi?

Il vero problema è che la critica sembra in gran parte aver smarrito una sua funzione. Con l’invasione di quelli che chiamo non-libri (instant books, volumi confezionati come una prosecuzione di programmi televisivi, thriller tutti uguali, con un linguaggio e un meccanismo narratologico plastificati), i giornali e le riviste hanno a poco a poco fatto spazio a figure intermedie, di giornalisti culturali, di intrattenitori, di banditori, togliendo spazio alla critica come attività di pensiero, di giudizio, di analisi. Gli uffici stampa premono perché si parli di volumi che non sono letterari, che sono forme di intrattenimento come altre, di modo che parlare di letteratura (ad esempio di poesia) sui giornali, per valutare un’opera, per entrare nel laboratorio del suo autore è diventato sempre più difficile. Ma la critica autentica continua ad esistere (ad esempio su certe riviste, su alcuni inserti, ecc.) e continua ad occuparsi della qualità e della riuscita stilistico-conoscitiva delle opere letterarie, disinteressandosi (fin dove può) del suo destino commerciale. In un certo modo il critico condivide un destino di marginalità con il poeta: non serve più a far vendere un libro (per quello ci sono comparsate televisive e, appunto, resoconti meramente giornalistici), quindi nello spazio che riesce a conquistarsi può tentare nuovamente l’avventura dell’interpretazione e del giudizio.

7. Sei un grandissimo esperto di letteratura e poesia italiana, ma ti è mai capitato di guardare anche a quella straniera? Cosa pensi del filone ispanoamericano che ha conosciuto per buona parte del novecento poeti del calibro di Borges, Neruda e Garcia Lorca? La loro influenza ha avuto riflessi anche sulla nostra poesia?

La mia esperienza di lettore è meno vasta di quanto vorrei ma certo mi sono sempre occupato, sia pure con una strumentazione meno pregnante, anche di letteratura straniera. Ad esempio il mio libro di saggi brevi e recensioni Con rigore e passione (2001) censisce una serie di opere in prosa e in verso anche straniere. La tradizione ispanoamericana è certo vitale e florida: Borges ha, ad esempio, stregato e influenzato certi autori nostrani (penso a Giuseppe Conte, per citare un nome). Ma non è il solo orizzonte possibile. Molto stimolante è la lettura dei poeti americani contemporanei (su cui stanno fiorendo varie antologie in questo periodo), Charles Wright su tutti, di quelli inglesi o anglofoni (da Walcott a Murray), di quelli dei paesi nordici (ad esempio il danese Henrik Nordbrandt). La nostra percezione letteraria si è estesa e ampliata nello spazio, molte esperienze geograficamente lontane ci sono accessibili, grazie anche a una editoria (soprattutto media e piccola) che nonostante certi chiari di luna fa bene il suo mestiere. Quasi solo stranieri, poi, i grandi narratori ancora capaci di fare del romanzo una forma di scavo e di conoscenza, di visione e di indagine: dal portoghese Saramago allo spagnolo Javier Marías, dall’americano Philip Roth al greco Pavlos Màtesis.

8. Oltre ad occuparti di critica letteraria, “Terra dei voti” (Crocetti, Milano 2003) ed il recentissimo “Canzoniere scritto solo per amore” (editore Jaca Book - Milano 2005, pagg. 104, Euro 12,00) ci rivelano un Piccini “militante” nella poesia…

Come dicevo prima, il critico fa un lavoro a trecentosessanta gradi, il poeta, se è tale, si costruisce, verso dopo verso, un destino. Terra dei voti è l’esordio che nomina e vuole resistere al delusivo moto di negazione che il mondo sembra indurre: è un libro composto, ma solo in apparenza, perché nasconde una vena profonda, stratificata di vitalità sotto forma soprattutto di interrogazione, di richiesta, di ‘voto’ appunto. E parla della giovinezza e del suo venir meno in un impeto del sangue che non rinuncia ai suoi soprassalti anche nel sentir crescere un’altra consapevolezza. Ci sono testi sulla immaginazione fantasmatica di una presenza, sulla creazione mito-poetica di figure interlocutorie femminili che sento come persuasivi ancora adesso, anche se ora sto compiendo un diverso lavoro, più duro, più disincantato, dagli accenti più risentiti. Un libro serve anche (come accennava parlando dei versi Sereni) a passare al peso successivo, a chiudere una pagina vitale-letteraria, a spalancare nuove porte del senso, della conoscenza. Può servire, lo scriverlo, a bruciare una possibilità di dire che va esperita e che, una volta consunta, farà maturare dell’altro, porterà altrove. Canzoniere scritto solo per amore è un libro tutto fiorito intorno alla figura del padre (dico del padre, in generale, perché confido o mi illudo che parlando della propria esperienza con totale nudità si possa parlare di cose che riguardano tutti), una figura conosciuta, letta, amata attraverso la morte. La morte come possibilità di vedere, custodire, interrogare la vita, come lente di ingrandimento sul mistero dell’esserci. È un libro che sbozza, in forme tra narrativo-leggendarie e liriche, una storia familiare e biologica, un legame amoroso (il chiamare alla vita del padre, il tentativo del figlio di sottrarre il padre alla morte, di ri-chiamarlo alla vita) in cui tutto prende luce e movimento. La paternità e la morte sono gli ultimi grandi temi del nostro tempo, credo. Questo libro li attraversa, in modo personalissimo, dolorante e a tratti rasserenato, con una lingua che mi pare più mossa e ‘affamata’ di cose.

9. Dopo aver studiato le innumerevoli metamorfosi della poesia dal ‘300 ad oggi, con i suoi mille nomi e le sue mille sfaccettature, non credo sia facile per te “fissare” una precisa identità stilistica al tuo modo di interpretare la scrittura. O sbaglio?

Come accennavo, proprio lo studio diacronico delle funzioni e possibilità espressive assunte dalla poesia nella tradizione permette, a mio parere, un diapason di intelligenza critica mobile ed efficace. Leggere la poesia novecentesca attraverso la sua filigrana dantesca (attraverso il modo in cui Dante è fatto funzionare dai poeti novecenteschi) è una specola che può permettere fruttuose agnizioni. Ecco, direi che leggere la poesia è sempre come leggere, sentire un organismo vivo, in cui, finché la tradizione non abbia un’interruzione, una lacerazione senza ritorno, il sangue continua a scorrere. E Dante può riparlare in Luzi, in Giudici, in Sanguineti in modo diverso. Sentire la grana della parola, il suo spessore storico e insieme il suo tentativo di affondo verticale o di ludica dissolvenza, ascoltare il suono, avvertire la tonalità, la linea melodica (o anti-melodica) attraverso gli apporti di una tradizione secolare (magari negata, rovesciata) mi sembra un modo non troppo impressionistico e soggettivo per accostarsi al centro pulsante, alla verità di una scrittura. La cui decifrazione, d’altra parte, resta anche dono di sensibilità. Insomma filologia ed interpretazione, unite a un non troppo timoroso tentativo di giudizio, mi sembrano accettabili chiavi di accesso al testo poetico.

10. Progetti futuri?

Sto curando un’edizione delle Poesie di Giorgio Manganelli e ho in preparazione scritture saggistiche di taglio divulgativo e didattico sulla poesia novecentesca. Quanto al mio lavoro creativo, pubblicherò nei primi mesi del 2006 un nuovo libro poetico, Altra stagione, con in calce una post-fazione di Paolo Lagazzi.


 

giovedì, 29 marzo 2007 |  2817 Hit(s) | (0 vote)

  

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